Proteggere le popolazioni più a rischio, anche dopo la crisi

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

La pandemia causata dal virus Sars-CoV-2 ha causato, in soli nove mesi, oltre un milione di vittime in tutto il mondo (1). Ma il peso dell’epidemia si è distribuito in maniera diseguale su alcune popolazioni socialmente vulnerabili, ad esempio coloro che vivono in strada o in carcere. In generale, alcuni dei fattori che hanno contribuito ad accentuare queste disuguaglianze sono stati il ridotto accesso all’assistenza sanitaria e ai servizi igienico sanitari di base, l’affollamento all’interno delle strutture detentive e comportamenti promiscui all’interno delle comunità. Sul Lancet Respiratory Medicine è stato recentemente pubblicato uno studio, condotto alla University College London, che ha voluto valutare l’efficacia dei programmi adottati nel Regno Unito per proteggere i senzatetto durante la pandemia a dimostrazione di ciò che si può fare in tempi di crisi e anche dopo la crisi (2).

Nel Regno Unito infatti, le preoccupazioni circa l’impatto della pandemia di Sars-CoV-2 sulle persone senza fissa dimora hanno portato all’adozione di politiche preventive per proteggere queste popolazioni, inclusi gli interventi COVID-PROTECT e COVID-CARE. Questi programmi hanno fornito agli adulti senza fissa dimora alloggi con supporto medico e test per la Covid-19 che si sono dimostrati altamente efficaci in termini di contagi, ricoveri ospedalieri e decessi. Daniel Lewer e colleghi del Collaborative Centre for Inclusion Health della University College London hanno infatti stimato che grazie a queste misure sono stati evitati 21.092 casi di infezione (intervallo di previsione del 95%), 266 decessi, 1164 ricoveri ospedalieri e 338 ricoveri in unità di terapia intensiva tra la popolazione senza fissa dimora fino alla fine di maggio 2020 e, se mantenute, hanno le potenzialità per continuare a proteggere queste popolazioni più a rischio.

“Il successo di queste misure – spiegano gli autori dello studio – è un’importante dimostrazione di ciò che si può fare in tempi di crisi”. Nel Regno Unito, le persone che vivono la condizione di essere senza fissa dimora sono spesso etichettate come difficili da raggiungere dal punto di vista sanitario. In realtà, “la situazione è molto più complessa” e riflette la compresenza di più ostacoli: da un lato esistono barriere di servizio, ad esempio problemi di registrazione con un medico di base, assenza di requisiti per la verifica dell’identità, dall’altro barriere individuali, abilità linguistiche, problemi di salute mentale, presenza di traumi, mancanza di accesso a Internet, sfiducia nelle autorità.

Tra coloro che, nel Regno Unito, hanno un permesso di soggiorno limitato (ad esempio, migranti privi di documenti) questi problemi sono ulteriormente esacerbati; le persone evitano l’assistenza sanitaria perché credono di non averne diritto e, se visitano un medico o un ospedale, temono la detenzione o l’espulsione dal paese. “Tali complessità evidenziano la necessità di interventi efficaci per migliorare la salute tra le persone che vivono queste condizioni e anche quanto essi debbano essere poliedrici e inclusivi per le parti interessate” suggeriscono gli autori.

Come documentano i ricercatori della University College London, un altro problema nel Regno Unito è la mancanza di dati certi sul numero di persone senza fissa dimora. Le stime del governo sul numero di persone che dormono in strada sono sostanzialmente inferiori a quelle delle associazioni che operano sul campo e vi è una grande variazione tra le fonti, in termini di chi è considerato senzatetto, con un alto numero di cosiddetti “senzatetto nascosti”, che vivono in zone transitorie, insicure o sovraffollate. Inoltre, “ci sono persone che, intenzionalmente o meno, non giungono affatto all’attenzione dei servizi (ad esempio, migranti privi di documenti e persone vittime di tratta). Tali incertezze rendono la ricerca e il miglioramento della salute individuale ancora più difficili” scrive The Lancet Respiratory Medicine (3).

Secondo le prove fornite da Lewer e colleghi, “le misure adottate in Inghilterra per proteggere le persone senza fissa dimora durante la pandemia causata dal virus della Covid-19 sono state efficaci fino ad oggi e potrebbero rimanere tali. Celebrare il successo di tali misure non implica solo la protezione delle popolazioni più fragili mentre la pandemia continua, ma anche la considerazione di come queste azioni potrebbero essere estese per promuovere ulteriormente la salute dell’inclusione migliorando l’accesso a componenti aggiuntivi dell’assistenza sanitaria” (3).

 

Bibliografia

 

  1. World Health Organization coronavirus disease COVID-19 dashboard. Consultato il 1° ottobre 2020.
  2. Lewer D, Braithwaite I, Bullock M, et al. COVID-19 among people experiencing homelessness in England: a modelling study. Lancet Respir Med. 2020 Sep 23:S2213-2600(20)30396-9. doi: 10.1016/S2213-2600(20)30396-9. Epub ahead of print. PMID: 32979308; PMCID: PMC7511167.
  3. Flook M, Grohmann S, Stagg HR. Hard to reach: COVID-19 responses and the complexities of homelessness. Lancet Respir Med. 2020 Sep 23:S2213-2600(20)30446-X. doi: 10.1016/S2213-2600(20)30446-X. Epub ahead of print. PMID: 32979307; PMCID: PMC7511203.