Quei sintomi persistenti. Il long Covid nelle cure primarie

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

In piena emergenza Covid-19, con le terapie intensive sovraccariche e la diffusione, ormai fuori controllo, di un virus giunto inaspettato, l’attenzione era interamente rivolta alla gestione dei pazienti in fase acuta, alla riorganizzazione delle risorse e degli spazi, e alle misure di contenimento nella popolazione. La rapida condivisione di conoscenze e l’esperienza pratica hanno reso la malattia meno mortale e i protocolli di trattamento sono migliorati. Ora l’attenzione si sta spostando, in parte, a un’altra area grigia della Covid-19, quella dei sintomi che persistono nei pazienti guariti dall’infezione virale. Per alcuni pazienti che ne soffrono riprendere la vita normale è difficile, se non impossibile, come aveva già sottolineato lo stesso Anthony Fauci, il virologo a capo della task force statunitense per la Covid-19, dichiarando che “potrebbe esserci una sindrome post-virale associata a Covid-19”.

I sintomi post-Covid

I primi a parlarne sono stati dei geriatri del Policlinico Gemelli di Roma, a luglio, in una research letter pubblicata sul JAMA. Una lettera che raccoglieva descrizione e frequenza di una serie di sintomi persistenti nei pazienti post Covid-19, che vanno dai problemi di olfatto e di spossatezza ai dolori muscolari e articolari, dalla dispnea al mal di testa, alla mancanza di appetito e alle vertigini. Nel tempo, con l’aumentare dei guariti dalla Covid-19 e con essi anche di coloro che non guariscono del tutto nonostante risultano negativi al virus, il problema è venuto sempre più alla luce. Recentemente il BMJ ha riportato che in Gran Bretagna un medico di famiglia su tre ha trattato pazienti con i sintomi della cosiddetta long Covid.

La spiegazione di questi sintomi viene ricercata nei danni causati dal virus Sars-cov-2 a varie parti del corpo. In prima battuta i polmoni, il cui tessuto viene danneggiato dall’infezione formando delle cicatrici che impediscono a loro volta il passaggio dell’ossigeno dai polmoni al sangue. Inoltre, diversamente da altri virus respiratori, Sars-cov-2 favorisce la formazione di coaguli e altera le pareti dei vasi sanguigni: due danni che rispettivamente modificano il normale flusso sanguigno, rendendo ancora più complesso l’assorbimento di ossigeno, e riducono la quantità di sangue in circolo e quindi il trasporto dell’ossigeno. Un altro organo bersaglio è il cuore: l’infiammazione del tessuto cardiovascolare può indebolire l’organo e comprometterne il corretto funzionamento fino a portare allo scompenso cardiaco. Anche il fegato, il sistema muscolare e i reni sono dei bersagli dell’infezione virale.

La stanchezza cronica

Altri dati stanno evidenziando che alcuni pazienti post-Covid sviluppano una sindrome da affaticamento a lungo termine da coronavirus. I sintomi assomigliano molto a quelli osservati nella encefalomielite mialgica, nota anche come sindrome da stanchezza cronica. Una malattia poco conosciuta, e anche stigmatizzata: la stessa comunità medico-scientifica per anni è stata scettica considerandola di natura psicologica. Nei due terzi dei casi l’encefalomielite mialgica è riconducibile a una infezione batterica o virale e la spossatezza fisica persiste a lungo, anche una volta superata l’infezione.

Per ora non sono ancora note le cause della fatica post-virale che alcuni dei pazienti guariti dalla Covid-19 lamentano a distanza di mesi. E si avanzano solo delle ipotesi, scrive un articolo pubblicato sulla piattaforma di Medium. Una di queste ipotesi è che persista una iper-reazione del sistema immunitario anche dopo che il virus è stato debellato oppure che subentri un’infiammazione al cervello provocata dallo stesso virus Sars-cov-2 che nel lungo termine potrebbe causare disturbi nel sonno, disfunzione cognitiva e stanchezza.

Cosa succede se Covid-19 diventa una malattia cronica?

La domanda riprende il titolo di un articolo de The Economist che raccoglie testimonianze e riassume quanto si sa e quanto ancora si sta cercando di sapere nel tentativo di mettere a fuoco il problema. “Anche se la causa principale non è nota, la crescente comprensione di ciò che Covid-19 è in grado di fare al corpo umano può almeno suggerire di quale tipo di cure potrebbe avere bisogno, se ci impiega molto tempo a guarire”, si legge sul settimanale inglese.

Per ora il quadro è ancora incerto. “Di fronte a una sconcertante serie di sintomi e a poche spiegazioni precise sulle loro cause, i medici sono alla disperata ricerca di una guida”, commenta The Economist. “In mancanza di una maggiore comprensione, devono ricorrere a quello che hanno appreso da altre malattie. I sintomi persistenti non sono appannaggio esclusivo della Covid-19. A volte, la guarigione completa da altre malattie virali come l’influenza può richiedere mesi. I dati sulla sindrome da stanchezza cronica fanno pensare che le possibilità di recupero siano migliori nei primi tre mesi. Dati più specifici sono in arrivo. Negli studi in corso negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Europa e in Cina sono state arruolate migliaia di pazienti e dovrebbero cominciare a comunicare i primi risultati nei prossimi mesi. Per ora, chi soffre degli effetti prolungati della malattia deve preoccuparsi non solo dei sintomi fisici, ma anche di quanto tempo ci metterà a guarire”.

 

Per saperne di più…

La research letter sul JAMA dei medici italiani
L’articolo di Trisha Greenhalgh e colleghi sul BMJ
L’infografica “Long covid in primary care” del BMJ
La versione in italiano dell’articolo de The Economist su Internazionale