Ripensare gli spazi interni in vista delle future pandemie influenzali

di Luca Mario Nejrotti

Il lockdown dovuto alla pandemia ha riportato alla ribalta l’importanza della vivibilità e della salubrità degli spazi interni.

Architettura e salute.

Come l’architettura ha dovuto ideare soluzioni per adattarsi, o per contribuire a porre un freno, ai mutamenti climatici e alle loro conseguenze, oggi, la possibilità di pandemie globali pone una nuova sfida ai progettisti degli spazi pubblici e condivisi, NPR ha intervistato a questo proposito 5 esperti di salute e luogo di lavoro statunitensi (vedi).

Aria e acqua.

In primo luogo, alla necessità di lavarsi spesso le mani, gli architetti risponderebbero aumentando le postazioni con acqua corrente e i distributori di disinfettante; vi è poi il problema dell’areazione: gli operatori sanitari concordano sul fatto che uno dei modi più semplici per prevenire la diffusione negli interni di qualsiasi virus respiratorio contagioso è aumentare il volume di aria esterna che entra nei nostri edifici. Il semplice atto di aprire una finestra può diluire in modo significativo la concentrazione di particelle infettive nell’aria.

Tuttavia, negli edifici moderni, l’efficienza energetica ha richiesto la creazione di spazi ermeticamente chiusi e le finestre non sono utilizzabili, bisogna quindi studiare soluzioni per aumentare la ventilazione dall’esterno senza aumentare il consumo di energia.

Una soluzione, già utilizzata in Europa, ma inedita negli USA, è un diverso tipo di finestra, che ha un sistema di scambio termico meccanico nascosto all’interno del davanzale. Ciò consente all’aria esterna di essere riscaldata o raffreddata, secondo necessità, mentre entra nell’edificio. Ovviamente il meccanismo può essere interrotto qualora la qualità dell’aria esterna sia peggiore di quella interna, eventualità abbastanza frequente nelle nostre città inquinate o in quelle, in particolare, statunitensi, situate nelle regioni flagellate dai grandi incendi.

Il problema dell’areazione interna potrebbe penalizzare gli open space, a favore degli uffici con cubicoli e spazi delimitati per i dipendenti.

I vantaggi dei grandi spazi, però sono ormai innegabili e al problema della condivisione dell’aria, potenzialmente infetta, si potrebbe ovviare con sistemi di ventilazione forzata che tengano conto (grazie a una collaborazione tra ingegneri, epidemiologi e architetti) alle dinamiche di diffusione dei virus

La riscoperta della natura.

Tutti gli esperti concordano sul fatto che, per migliorare la qualità della vita dei dipendenti costretti al lavoro d’ufficio e allo stesso tempo ridurre la possibilità della diffusione di eventuali contagi virali, una strategia chiave è fornire opportunità ai dipendenti di entrare in contatto con il mondo naturale. Questo tipo di “progettazione biofila” può aumentare la produttività e la salute fisica. Per esempio, installando “muri viventi” come tramezzi e adottando un’illuminazione circadiana che aumenti e si attenui durante la giornata lavorativa, oppure introducendo più luce naturale negli edifici.

Senza mani.

Per ridurre le opportunità di trasmissione della malattia dalla superficie alla persona in futuro, i progettisti di uffici cercheranno probabilmente di eliminare i punti di contatto condivisi ove possibile. In molti edifici sono stati già installati “interruttori senza contatto”, in cui le porte vengono aperte agendo su un sensore piuttosto che premendo un pulsante, in particolare per mitigare la trasmissione virale.

Smart working.

Sicuramente tenere i dipendenti a casa riduce il rischio di contagi e permette ai datori di lavoro di disinteressarsi delle condizioni di salubrità degli spazi condivisi. In un mondo ideale è sicuramente la chiave per aumentare la qualità della vita e del lavoro. Tuttavia, non viviamo in un mondo ideale.

Fonti.

https://www.npr.org/sections/health-shots/2020/09/14/909805060/redesigning-the-office-to-maximize-health?t=1601014043601

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