Sostenere un linguaggio inclusivo e privo di etichette, anche in caso di COVID

Oggi più che mai, il linguaggio può favorire e accelerare le trasformazioni sociali: forme di rigenerazione, di costruzione di società inclusive, eque e sostenibili, democratiche e capaci di dare valore a una cittadinanza partecipata da parte di tutti e tutte. L’Università di Padova ci fornisce spunti per riflettere sul ruolo di questo tipo di linguaggio anche durante una pandemia.

Le parole sono importanti, ancora di più in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo a causa del virus Sars-CoV-2. Il linguaggio e la scelta delle parole danno la possibilità alle persone di interpretare la realtà, di pensarla e di agire in un certo modo. La scelta di alcune parole piuttosto che altre può aggravare i pregiudizi, gli stereotipi, i luoghi comuni e stimolare atteggiamenti aggressivi e non inclusivi.

In questo periodo, ad esempio, l’utilizzo di un linguaggio “bellico” è stato marcato: frasi come “medici in prima linea” o “nemico contro cui combattere uniti” sono diventate perfino ridondanti. Il virus è diventato quello contro cui combattere, il centro di una narrazione capace di condizionare il dibattito pubblico e i comportamenti individuali, ma anche di distogliere l’attenzione da quei fattori socio-economici che stanno alla base di ciò che sperimentiamo. Questo è stato incrementato inoltre dalle fake news, come ad esempio la notizia dei runner che affollavano il ponte sullo stretto di Messina (che non esiste), che ha suscitato commenti aggressivi e stigmatizzazione dello sportivo che va a correre, diventando quindi untore per l’opinione pubblica.

Con COVID nascono nuove etichette: “untore” o “fuorilegge senza mascherina”, che si sommano a quelle che già conosciamo (come “handicappato”, “disabile”, “infetto”). L’etichettamento, ovvero il processo attraverso il quale le parole vengono associate per classificare qualcuno tramite una caratteristica superficiale, ingabbiandolo in una determinata categoria, è un tema che riguarda tutte le epoche storiche, come succedeva già ad esempio con le persone con esperienze di migrazione o di disabilità, e oggi con il contagiato da COVID.

La tendenza a etichettare gli individui sulla base di uno o più elementi superficiali, che si considerano di fatto inadeguati, può suscitare emozioni negative come rabbia, paura e pietà che, a loro volta, possono favorire comportamenti aggressivi o di distanza sociale, riducendo le possibilità di convivenza e di vicinanza.

L’utilizzo di etichette porta con sé tre principali processi negativi: la deindividualizzazione, ovvero l’enfasi sulle caratteristiche prototipiche e stereotipiche dei membri del gruppo a cui la persona viene associata, e la scarsa attenzione alle sue particolarità individuali. Uno studente con una malattia, ad esempio, può essere giudicato e trattato in base alla sua etichetta diagnostica (che enfatizza i deficit) piuttosto che per le sue caratteristiche peculiari e positive; la stigmatizzazione, ovvero l’enfasi sugli aspetti negativi, ad esempio l’essere etichettato come “straniero”, “disabile”, “grasso”, “brutto”, “povero”, “contagiata” comporta la propensione sia della persona stessa che degli altri a dare attenzione agli aspetti negativi, tanto da influenzare poi negativamente i livelli di qualità della vita e le interazioni sociali; per finire la distanza tra gli individui, ovvero la tendenza sia delle persone etichettate che degli altri a considerare le prime come appartenenti a gruppi diversi e spesso in contrapposizione a tutti gli altri.  

A sua volta, l’utilizzo sistematico di tali etichette può comportare per la persona a cui è rivolta la ristrutturazione della propria immagine di sé, che diventa sempre più simile a quella attribuita alla stessa dal contesto sociale di appartenenza; la modificazione dei propri comportamenti che, come una “profezia” che tenderebbe ad autoavverarsi, diventano sempre più in sintonia con le aspettative sociali arrivando, paradossalmente, a confermare l’etichetta; tendenza all’isolamento ed emarginazione sociale: l’individuo si trova via via a essere escluso da specifici ambienti sociali e per tale ragione è spinto, al fine di sfuggire all’isolamento, a ristrutturare il proprio contesto, che diventerà pertanto popolato da persone che sono considerate dallo stesso e dalla società più simili alla nuova immagine di sé.

È fondamentale aumentare la consapevolezza dell’importanza del linguaggio e migliorare l’utilizzo delle parole in tutti gli ambiti. Per facilitare ciò, il ricorso a un linguaggio inclusivo è importante in quanto, nei confronti di alcune persone, perdura il ricorso a etichette ed espressioni obsolete e offensive che continuano, soprattutto quando sono presenti nei media, nei documenti amministrativi e nelle leggi che dovrebbero regolamentare l’inclusione, a influenzare negativamente la rappresentazione sociale delle stesse e a diffondere immagini stigmatizzanti e visioni distorte. Nel caso con cui sia necessario mettere in evidenza alcuni aspetti dell’individuo e non se ne possa fare a meno, considerando quanto suggerito dall’approccio People-first language è importante allenarsi a descrivere gli altri utilizzando il verbo avere e non il verbo essere, così da portare l’attenzione su ciò che la persona “ha” e non condizionarla in quello che “è: “Ludovica ha l’autismo” e non “Ludovica è autistica”, “Gianni ha un’infezione virale” e non “Gianni è infetto”.