STRESS MEDICO E DIPENDENZA DA SOSTANZE

Di Mario Nejrotti
Sul nostro portale abbiamo recentemente pubblicato a cura de Il Pensiero Scientifico Editore un articolo dal titolo “La fatica del medico è un rischio per il paziente” (vedi) , che solleva il duplice problema del disagio del medico, sottoposto ad un carico di lavoro e responsabilità eccessivi e del suo coinvolgimento emotivo nella sofferenza del paziente al quale tenta di resistere per una spesso malintesa “professionalità”.
L’esperienza ci insegna che i pazienti vogliono per la loro salute un medico il più preparato possibile dal punto di vista professionale, ma nello stesso tempo sempre disponibile e sensibile ad ogni loro problema.
Politici e media per i loro scopi esaltano il “buon medico” solo come fusione di professionalità e disponibilità ai massimi livelli, trascurando la fragilità dell’uomo-medico.
Invece questo conflitto tra l’uomo e il medico è un tabù, mai discusso seriamente e a fondo.
È risaputo come tradizionalmente l’essere medico sia ritenuto una “missione”. Questa definizione imposta dall’esterno è percepita dal medico come un dovere e dalla società come un metro di giudizio della sua qualità professionale.
Questa situazione genera un peso psicologico importante nel medico che si sente chiamato ad una vita di sacrificio e di dedizione costanti, ai quali è “obbligatorio” sacrificare interessi personali e affetti.
Le mille serie televisive sulla vita professionale non fanno che avvalorare questa immagine pubblica e privata, del medico.
Lo stress psicologico può divenire insopportabile e una percentuale, ignota al momento, di medici cerca rifugio e conforto nell’alcol e nelle dipendenze da sostanze, farmaci compresi.
Per il medico è molto più difficile che per il profano ammettere di essere affetto da una malattia, tanto che le diagnosi di problemi rilevanti sono spesso tardive e misconosciute, perché, come si dice, “il medico è il peggior paziente”.
Ammettere poi la propria inadeguatezza a sopportare il carico emotivo derivato dalla malattia e dalla morte dei propri pazienti, può diventare insopportabile e spingere alla “dipendenza”, pur di mantenere intatto il proprio ruolo sociale.
Un articolo del giornale on line Superabile Inail http:(vedi) al di là del titolo sensazionalistico, “Dipendenza da farmaci legali, il 10% sono medici e infermieri. Devastante”, mostra uno scenario importante, ancora poco indagato e studiato.
L’abuso negli Stati Uniti di sostanze, cosiddette painkillers, per la terapia del dolore cronico a base di oppiacei è salita al primo posto come dipendenza.
Lo spiega Fabio Lugoboni, direttore di Medicina delle dipendenze dell’Azienda ospedaliera integrata di Verona.
Già nel 2002 erano 30 milioni le persone maggiori di 12 anni, che negli Stati Uniti facevano uso di painkillers fuori dal contesto medico.
La struttura da lui diretta, che conta solo quattro letti di ricovero, si occupa di dipendenze gravi, non trattabili esclusivamente in regime ambulatoriale. Molte sono le sostanze di cui il reparto si occupa: eroina, metadone, cocaina, crack, amfetamine, ecstasy, cannabinoidi, benzodiazepine, barbiturici, altri farmaci psicotropi o analgesici e gravi forme di tabagismo.
Da qualche tempo, però, spiega ancora Lugoboni, l’incremento dell’abuso di ossicodone, contenuto in farmaci analgesici, da solo o in associazione, è impressionante. Il soggetto inizia con il consumare farmaci avanzati da prescrizioni precedenti, poi si approvvigiona in internet, ma quando il costo per l’iperconsumo diviene eccessivo, si rifugia nella cocaina, meno cara, che diviene, quindi, un ripiego e non un punto di partenza, spiazzando tutte le precedenti strategie di intervento e cura di questi veri e propri nuovi tossicodipendenti.
Con sorpresa apprendiamo, nel corso dell’articolo, che il 10% dei soggetti, che chiedono aiuto al centro di Verona, sono sanitari, medici o infermieri.
Stiamo parlando di un centro che si occupa dei casi più gravi.
Ma le dipendenze minori, più o meno accettate socialmente, dal fumo di sigaretta, all’alcol, ai farmaci, alla cocaina sono molteplici. E i dati a disposizione nel nostro Paese sono veramente scarsi.
Sappiamo, ad esempio, da ricerche ormai datate dell’Istituto Superiore di Sanità, che un quarto dei medici fuma abitualmente e che per questo motivo, raramente dà consigli ai propri pazienti sulla sospensione di questa dipendenza. http://www.iss.it/binary/ofad/cont/I%20medici%20e%20il%20fumo.1180948608.pdf
Il problema però sussiste ed è estremamente rilevante per i risvolti umani, professionali e medicolegali che porta con sé.
L’articolo di Superabile fornisce un dato eclatante e contribuisce a far ragionare sulla necessità di occuparci a fondo, senza timori e ipocrisie, della possibile inadeguatezza dei medici al carico emotivo e professionale del proprio ruolo e delle conseguenze che una tale situazione può portare con sé, per trovare i correttivi adatti.