Ebola

Una lezione dal passato: la quarantena può avere effetti indesiderati

di Luca Mario Nejrotti

Le esperienze passate di procedimenti di quarantena e contenimento delle malattie possono fornire utili indicazioni per affrontare le sfide epidemiologiche del presente e del futuro.

Quarantena nella storia.

Dalla storia non si impara, è la storia stessa a insegnarcelo. I casi del passato sono lì a portata di tutti nel farci capire quali azioni hanno funzionato e quali hanno dato effetti indesiderati o sono stati del tutto controproducenti. Eppure, nel presente ci si illude facilmente che le cose potrebbero andare diversamente, che le condizioni siano diverse, che i presupposti non abbiano nulla a che vedere con gli eventi passati.

La storia dell’uomo ha visto numerose epidemie e i più o meno riusciti tentativi di contenimento. Tra questi l’isolamento e la quarantena sono sicuramente i più intuitivi e immediati. Essi sono una risposta efficace sul piano sanitario, ponendo un ostacolo fisico al contagio, ma anche a livello psicologico, poiché rassicurano la popolazione sana di aver confinato il problema in un ospedale, un campo, una città.

Anche con le migliori intenzioni, però, la quarantena e l’isolamento comportano notevoli rischi e il passato può fornire utili avvertimenti.

La lebbra.

Il caso della lebbra, agli inizi del XX secolo negli USA (vedi), è un buon esempio: con l’istituzione del lebbrosario nazionale nel 1917 si riteneva, non essendoci una cura valida per la malattia, che l’isolamento di tutti gli infetti fosse l’unica soluzione.

Chi fosse stato ritenuto malato sarebbe stato strappato agli affetti, avrebbe perso la propria libertà e i propri diritti, ma il resto della popolazione sarebbe stato in salvo.

Il risultato di questa politica fu che molti che sospettavano, o sapevano, di avere la lebbra, per nasconderlo alle autorità, evitarono di cercare assistenza medica e non sono riusciti a proteggere le persone che amavano dalla remota possibilità che anche loro potessero contrarre quella che ora sappiamo essere una malattia molto poco contagiosa.

La soluzione del governo federale era controproducente: invece di contenere la malattia, l’ha perpetuata scoraggiando solo il trattamento e la ricerca di una cura. Nel processo, migliaia di vite furono distrutte.

Il coronavirus.

Ovviamente il caso attuale è diverso: la quarantena ha tempi ridotti, il trattamento medico dà buone possibilità di sopravvivenza. L’esempio passato, però, induce a riflettere e a chiedersi se le quarantene e l’isolamento siano il modo più efficace per contenere una malattia, e non rendano le persone più riluttanti a identificarsi come potenziali vittime.

Inoltre, i divieti che colpiscono stranieri che abbiano visitato la Cina possono contribuire a instillare un clima di paura che facilmente si colora di razzismo, non soltanto negli USA.

Anche in Italia sono già frequenti gli episodi di razzismo o di semplice stupidità discriminatoria (vedi). La malattia oggi colpisce un tessuto sociale fortemente vulnerabile e pronto a reagire contro qualunque capro espiatorio.

Il panico e lo stigma che si collega alla malattia (in questo caso collegato alla provenienza) rischiano di essere più dannosi dell’infezione stessa e vanno trattati con la stessa prudenza e attenzione dell’epidemia.

Chi non studia la storia è condannato a ripeterla, forse, ma chi la studia è condannato a assistere impotente e consapevole alla sua ripetizione.

Fonti.

https://www.npr.org/sections/health-shots/2020/02/07/803533167/lessons-from-leprosy-for-coronavirus-quarantine-and-isolation-can-backfire?t=1582123579635

http://www.cronachediordinariorazzismo.org/coronavirus-la-psicosi-apre-le-porte-al-razzismo/