VACCINAZIONI IN CONTROCORRENTE: RACCOMANDATI DUE VACCINI ANTIPNEUMOCOCCO

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Di Mario Nejrotti

Le riflessioni e le preoccupazioni sul calo delle vaccinazioni antivirali nella popolazione generale sono ancora vivaci. L’epidemia influenzale, tuttora in atto, anche se in calo, viene definita alternativamente come grave o assolutamente nella media, nonostante la diminuzione del 30% delle vaccinazioni causate dalle preoccupazioni generate dalla “stolta” campagna giornalistica di fine autunno sulle morti sospette collegate al vaccino.

Desta, quindi, interesse la notizia a favore di un tipo di vaccinazione antibatterica, ripresa da Agenzia Italia del Farmaco, in Pillole dal Mondo n. 716, del 20 febbraio. Essa parla della utilità di vaccinare i soggetti superiori a 65 anni con due vaccini antipneumococcici: il primo coniugato con 13 componenti e il secondo polisaccaridico a 23 componenti.

Secondo l’Advisory Committee on Immunization Practices (ACIP), organo che svolge un ruolo consultivo per i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitensi, i cui dati sono stati pubblicati su Annals of Internal Medicine (vedi) , raccomanda (vedi) che, per proteggere al meglio i soggetti definiti anziani, cioè quelli oltre i 65 anni di età, da meningite, polmonite e sepsi causate da pneumococchi, occorrerebbe vaccinarli in sequenza con i due vaccini per ottenere una migliore protezione.

L’indicazione per gli individui più anziani è precisa e prevede la somministrazione prima del vaccino a 13 componenti, seguita da quello a 23.

La Fondazione Nazionale di Malattie Infettive (NFID) riferisce che circa 1 milione di americani adulti contraggono una infezione pneumococcica ogni anno.

Di costoro il 7 per cento morirebbe a causa di queste infezioni. Nel caso della meningite pneumococcica o della sepsi, se pure numericamente meno importanti, la percentuale di mortalità risulterebbe naturalmente ancora più elevata.

Dall’articolo si rilevano dati che sosterrebbero la necessità dei due vaccini proprio perché la popolazione anziana ha un rischio globale di infezione grave e invasiva polmonare e meningea di 10 volte maggiore rispetto ai quella dei giovani adulti.