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Di Nicola Ferraro

Uno dei compiti più difficili del giornalismo attuale è quello di tenere separata l’informazione dalla comunicazione, soprattutto quella pubblicitaria che ha capacità di penetrazione impensabili ma sconosciute da chi non è del mestiere.

Tutto inizia o sembra iniziare con la “Guerra dei Sei Giorni” tra Israele e la coalizione araba guidata dall’Egitto che nel giugno 1967 (vedi) diedero vita al primo conflitto televisivo della storia. Era però un evento storico ancora inquadrabile tra gli assetti politici internazionali ereditati dalla Seconda Guerra Mondiale, come testimonia il materiale filmato scaricabile: tutto di produzione inglese. Fu però un evento bellico destinato a modificare radicalmente i principi di strategia militare: l’uso dell’aeronautica, ad esempio, si dimostrò un elemento determinante di vittoria e da allora nessuna guerra locale può iniziare senza l’intervento preliminare dei caccia bombardieri. L’aviazione israeliana utilizzava i Mirage (vedi), prodotti nel Sud della Francia, in Provenza, dalla Dassault (vedi) e le riprese televisive dei TG furono una vetrina privilegiata per il lungo successo commerciale di quei velivoli.

Le imprese spaziali, altro settore di confronto tra strategie politico-militari contrapposte, non diventarono invece mai una vetrina commerciale fino a quando non entrò in campo l’Europa con la sua agenzia spaziale: ESA (vedi). Prima di quel momento la conquista dello spazio era una questione totalmente militare ma da esibire come cimento tecnologico-politico da un punto di vista di comunicazione. Soltanto dopo decenni si scoprì ad esempio che la conquista della Luna da parte degli Americani fu la risposta politica (preoccupata, frettolosa ad alto rischio per gli equipaggi) alla pericolosa capacità tecnologica sovietica di allestire sonde automatiche. In ballo c’era infatti la capacità non di “conquistare la Luna” ma di militarizzare lo spazio per acquisire la possibilità di successo del “primo colpo” in caso di guerra nucleare: di sicuro il lancio di bombe atomiche su Mosca e Leningrado non sarebbe potuto avvenire attraverso l’utilizzo di astronauti ma attraverso razzi balistici sempre più precisi e potenti e in questo i Sovietici erano superiori sul fine degli anni ’60. Da quando l’Europa è salita fra le stelle tutto è cambiato. L’Unione Sovietica non esiste più, la guerra è sempre meno fredda, gli scenari internazionali sono radicalmente cambiati… e la Nasa ha messo in rete l’archivio fotografico delle missioni Apollo (vedi): digitare nello spazio di ricerca in alto a destra la parola chiave “Apollo” Un’industria svizzera ora vende addirittura la replica esatta dell’orologio che fu indossato dagli astronauti al polso (sopra la tuta spaziale) durante le passeggiate sul nostro satellite. A nessuno verrebbe in mente oggi di usare le atomiche e quindi le vetrine belliche non passano più obbligatoriamente dallo spazio perché è la tecnologia applicabile alle armi convenzionali che deve essere esibita. In qualche modo siamo ritornati alle strategie belliche commerciali del 1967: un servizio di TG che abbia come protagonista i droni “ingolosisce” il mercato pubblicitario delle armi più dellee noiose riprese TV di una missione spaziale. Lo spazio sta però diventando un set praticabile per la pubblicità dei beni di consumo, oltre che una vetrina privilegiata per la vendita della tecnologia sofisticata ma di base.

Questa svolta commerciale delle imprese spaziali passa da Torino, città dell’industria astronautica e del caffè: vedi